Una rete globale di blog che da visibilità alla musica
dei rispettivi Paesi di appartenenza
Si chiama "MAP" ed è l'acronimo di "Music Alliance Pact", una rivoluzionaria connessione di blog sparsi per il globo che rende fruibile agli utenti della rete la migliore musica (perlopiù indipendente), dei rispettivi Paesi coinvolti.
L'idea è venuta ad un giornalista scozzese di 28 anni, Jason Cranwell, che partendo dal suo spazio internet personale "The Pop Cop", è riuscito a coinvolgere ad oggi ben 34 blog in rappresentanza di 34 rispettivi Paesi d'origine, tutti connessi sotto la bandiera "MAP": dall'Argentina alla Nuova Zelanda, passando per il Portogallo, la Norvegia e la Corea del Sud solo per citarne alcuni (sulla carta geografica della musica globale è compresa anche l'Italia attraverso il sito "polaroid.blogspot.com").
Il progetto è stato ufficializzato ad ottobre del 2008 e funge da bussola per orientarsi nell'affollatissimo panorama musicale odierno del Web. Tra i vari myspace e siti di filesharing dedicati, la quantità della musica arriva prima della qualità: paccottiglia sonora nella quale risulta indistinguibile lo stile del singolo artista, le sue radici musicali e territoriali. Così, l'iniziativa del "Music Alliance Pact" prevede la scelta mensile, per ogni blog coinvolto, di un singolo brano musicale rappresentativo di un'artista del proprio Paese (nella maggioranza dei casi si tratta di gruppi emergenti o poco conosciuti), che vanno a confluire, insieme ad una breve descrizione dei musicisti in oggetto, in una raccolta di brani in formato mp3 scaricabile gratuitamente.
E' come avere davanti a sé una cartina geografica da setacciare in cerca dei luoghi della musica, del "genius loci" di ogni Paese, trovando avvolte gruppi assai meritevoli di approfondimento. Insomma l'artista emergente ringrazia, godendo di una visibilità nuova in un contesto dove a contare è la qualità artistica, l'appassionato di musica ha pane per i suoi denti, mentre anche l'ascoltatore più distratto è guidato alla scoperta di lidi fin'ora mai immaginati.
Nel momento in cui scriviamo è disponibile la playlist "MAP" di ottobre; riportiamo di seguito il link per scaricarla attraverso il blog italiano "polaroid"
Suoni e visioni: col musical l'America si racconta sul palco
Forma teatrale e cinematografica, che mai potrebbe prescindere dal ritmo e dalla musica: ecco come il più sinestetico dei generi è stato espressione di un immaginario culturale e abbia seguito passo passo gli alti e bassi della storia americana
Non stupisce che convenzionalmente si fissi la nascita del Musical negli U.S.A. il 12 settembre 1866, quando, dalla collaborazione improvvisata tra una compagnia di ballo e canto europea e una compagnia di prosa americana in bolletta, fu messo in scena per la prima volta "The Big Crook" ("il grande truffatore"), spettacolo ricco di performance di ballo,canto e soubrette,secondo gli schemi classici del Voudeville (teatro di varietà). Non è difficile comprendere come questa prima embrionale forma di melodramma musicale affondi le sue radici nella situazione di immigrazione europea che caratterizzava l'America nei decenni a cavallo tra ‘800 e ‘900, e che avrebbe raggiunto l'acme col boom economico, fino al crollo del '29 e, in seguito, in veloce ripresa, fino alla fine degli anni '50. Già in questo aneddoto, a cui si usa ricollegare la nascita del genere, si coglie un importante elemento che ne ha consentito il successo: la sua multietnicità. In quegli anni di melting pot, infatti, il musical consentì a tutte le fasce e le etnie del popolo americano di fruire dei tanto amati spettacoli di varietà, che azzeravano il problema della conoscenza dell'inglese grazie all'uso di 3 registri assolutamente universali: il corpo, la musica, i colori in tutta la loro spettacolarità. Non ci stupisce quindi che gli spettacoli del teatro di Broadway abbiano un'origine assolutamente popolare e che siano nati tra le boulevard di New York e, in seguito, cresciuti col cinema della giovane Hollywood, che avrebbe portato sul grande schermo una nuova forma teatrale rivolta alle masse di pubblico variegato e analfabeta. La fusione del musical teatrale con la settima arte cinematografica avrebbe dato vita ad un nuovo linguaggio cinematografico per il quale la componente musicale e coreografica sarebbe diventati imprescindibili. Tale rapporto sinestetico ha prodotto in breve tempo nuove riflessioni e sperimentazioni sul rapporto tra musica e immagine in movimento, tutt'ora assolutamente in fieri.
Con le Majors e lo Star System nascono poi i grandi nomi che anche un orecchio inesperto è abituato a riconoscere (Busby Berkeley, Kelly e Minnelli, la Garland, i fratelli Warner, Zukor e la MGM, la coppia Astaire e Rogers, Stanley Donen e George Gershwin), registi, attori e compositori in gran parte importati dall'Europa, per esattezza dalla Mitteleuropa, costretti all'allontanamento dal clima di ostilità alimentato dal Nazismo. Ecco che assistiamo, dagli anni '30 agli anni '50, all'age d'or dell'Hollywood musicale, che vede nascere titoli ormai diventati icone ("Singing in the rain", "An american in Paris", "Sette spose per sette fratelli", "West Side story") e che sforna con entusiasmo (e con ritmi degni di una vera e propria industria!) numeri di danza grandi attrici, evergreen songs e ballerini professionisti, presi per lo più in prestito da Broadway. E lo splendore prosegue negli anni '70 con"Jesus Christ Superstar" e "Hair", "Cats"e il mitico"Rocky Horror ", di cui ancora oggi apprezziamo le versioni cinematografiche quanto quelle teatrali,frutto di un'ondata di rigurgito antiborghese,anticlericale e sessantottina. E'nel musical, potremmo dire, che si sintetizzano a pieno tutte le arti. E il suo linguaggio inizialmente così insolito divenne la peculiarità che rese grande il genere: negli anni della commedia americana classica, di Spencer Tracy e di Katerine Hepburn, Rock Hudson e Doris Day, negli anni di un cinema che creava a catena di montaggio sceneggiature tassativamente regolate da un meccanismo a domino in cui ogni scena era finalizzata a quella successiva, il musical ha allentato i vincoli imposti dalle regole del business della grande Hollywood industriale e rinnovato tutte le tecniche narrative. La trama inizia a passare in secondo piano rispetto al pezzo musicale, lasciando spazio a luci, balli, performance di canto. Ecco che alla classic comedy si affianca un'altra forma di comunicazione che da un lato ne mantiene delle caratteristiche, ma dall'altro è totalmente innovativa: il momento coreografico è il nuovo centro attorno al quale ruota il film. I numeri di canto e ballo sospendono la narrazione contraddicendo la natura teleologica del cinema classico: dai film di Busby Berkeley, in cui ancora trama e performance si giustificano reciprocamente (spesso è una troupe di attori che deve allestire uno spettacolo,e i numeri d'intrattenimento avvengono all'interno del teatro stesso) ai film prodotti grazie alla collaborazione Arthur Freed-MGM, vediamo acuirsi sempre più la carenza del discorso narrativo in funzione del momento spettacolare, fino a quando l'attore si trova a eseguire il suo numero con totale spontaneità nella pausa-caffè. La MGM è la casa di produzione che garantirà al genere, a metà degli anni '40, il maggior successo, sperimentando a pieno le performance corali: la scena in cui la comunità comincia a cantare in perfetta coordinazione diventa il biglietto da visita della Freed Unit. Il "momento della canzone" non interrompe più il flusso del film, ma si inserisce pienamente nel contesto della storia; e lo spettatore non attende altro che Gene Kelly o Judy Garland smettano di parlare e si aprano le danze. Il musical rappresenta il puro piacere, lo spettacolo per il gusto dello spettacolo; pochi intenti narrativi, tanta arte e tanto senso estetico. Non è cosa da poco che l'epopea del genere coincida con gli anni del 2° dopoguerra. L'America, come il resto del mondo, vuole ritornare a sorridere, e cosa c'è di meglio che assistere al momento in cui, nel bel mezzo della routine metropolitana, la comunità comincia a ballare e a cantare allontanando pensieri e turbamenti? Il musical diventa un messaggio di ottimismo collettivo: è la risposta di Hollywood alla fine del conflitto, l'ipotesi per lo spettatore medio di poter ricominciare a vivere serenamente la propria giornata. Tutti i desideri del pubblico statunitense di poter tornare a sorridere si proiettano e si sintetizzano in quelle scene memorabili e magiche e tutto il mondo, dal modesto impiegato al grande imprenditore, possono di nuovo fantasticare di poter fischiettare e giocherellare col proprio ombrello anche nel bel mezzo di una giornata di pioggia. Il musical entra a far parte così dell'immaginario collettivo e si conquista, nonostante le sue peculiarità stilistiche piuttosto anomale, il suo meritato riconoscimento di genere classico, definizione che a posteriori parte della critica ha attribuito all'intento ottimistico delle storie più che, nello specifico, alle tecniche di regia e di narrazione.
E' negli anni '60-'70, poi, che il genere torna alla ribalta con nuovi contenuti: la guerra,il perbenismo della borghesia,la strumentalizzazione da parte della chiesa del messaggio evangelico. E' una nuova America, insomma, che si porta sul palco; e ha conosciuto nuove realtà, ha visto il Vietnam, ha imparato a portare la minigonna e a fare all'amore, si è fatta allungare i capelli. E' la nuova America che reagisce alla politica interventista di Nixon, l'America che critica la famiglia, la scuola, la religione come sovrastrutture di una società borghese ormai cigolante e un po' polverosa. Ed ecco che dal magma del '68 nascono nuove indimenticabili canzoni e i registi hanno tutto il coraggio di mettere sulla scena medici transgender con ossessioni per la fellatio o il grande Guru del mondo occidentale che strilla a suon di acuti rock e beat pieno di rabbia contro un Dio relegato non a caso in un eterno fuori campo. Il musical, ancora una volta,torna a dire la sua con i mille mezzi di cui dispone. E nonostante sia oggi una forma di spettacolo non proprio inflazionata e relegata tra i generi di fruizione un po' più di nicchia, resta comunque un mezzo artistico dalle infinite potenzialità... Oggi forse un po' in crisi? Neanche questo, considerato i tempi, dovrebbe stupirci. Sono poche le novità sull'argomento infatti, eccetto un elegante "Chicago" o un mistico, sorprendentemente ritmico " Moulin Rouge" risultato dell'energia di un visionario come Buz Luhrmann, punto massimo di perfezione formale nel genere, scrittura visiva attraverso la musica, visioni musicali attraverso le immagini. E se è vero che questa forma di spettacolo ha segnato l'America e ( perché no?) il mondo nei suoi momenti storici fondamentali, oggi più che mai sarebbe il momento di riportarlo ancora una volta alla ribalta, arrivando a una perfetta sintesi tra la perfezione formale di Moulin Rouge e le ancora più recenti sperimentazioni sul genere con l'acclamato Across the Universe. Allora il pubblico appassionato tornerebbe ancora a identificarsi nei ballerini e cantanti protagonisti; magari non più sottoforma di americano medio alla Gene Kelly, magari non per forza un Gesù diventato Superstar, ma ( che so io ? ) un nuovo eroe ecologista che canta in protesta all'inquinamento globale o scene corali in cui il protocollo di Kyoto si trasforma in una coreografia degna del " what's the buzz? Tell me what's happening !" di Webber e Time Rice. Non è la trama di un nuovo musical che voglio scrivere oggi e, probabilmente, i miei spunti verrebbero bocciati da qualunque regista che si rispetti... Comunque sia, speriamo in una rinascita, in una nuova era d'oro del musical... All'insegna di una moderna, perfetta padronanza, di un linguaggio che può permettersi di attingere alle due arti più coinvolgenti e emozionanti del secolo, e di tessere tra loro le trame della musica e i ritmi della visione per creare sempre nuove meraviglie. La mia generazione non sarà certo la migliore del secolo, ma credo si meriti(che diamine!) se non l'eterna gloria, almeno un altro canto sotto la pioggia...
Alle soglie del 2010 che cosa si aspetta la nostra generazione? Nella testa risuonano parole come rapida evoluzione, successo, carriera, grandi progetti da realizzare. Il futuro è nelle nostre mani, ma solo perché siamo giovani? Un primo punto di riflessione da approfondire. Esiste un'enorme differenza, quanto a prospettive, rispetto alla generazione precedente. Se negli anni '60 il futuro si traduceva in termini di impegno politico, di posto fisso e di scoperta del mondo, precluso o quasi fino alla maggiore età, oggi possiamo dire di esser già arrivati, dalla nascita ai 18 anni, almeno a metà del percorso. Come? La realtà si è talmente evoluta da non poter essere più comparabile con quella precedente. Canali di detto progresso sono stati lo sviluppo delle nuove tecnologie, la ramificazione delle infrastrutture, i cambiamenti sostanziali a livello economico-politico ( la nascita dell'Unione Europea, solo per citarne uno) che hanno portato ad un aumento del benessere nei paesi economicamente avanzati. In qualità di generazione nuova abbiamo allora tutto il diritto di pensare ad un futuro pieno di speranze e senza confini, ma i nostri sogni si distinguono rispetto a quelli delle generazioni passate proprio per la presenza odierna di queste prospettive radicalmente più ampie.
Per vivere consapevolmente il presente è necessario interrogarsi sul passato, e sul suo valore attuale.
Quale tipo di attrattiva hanno oggi per noi i temi dell'impegno politico e del posto di lavoro fisso? Finito il periodo dei grandi dibattiti e delle ideologie forti a noi sono rimaste solo le briciole di un passato politico glorioso? Lo spirito di desolata rassegnazione poco si addice ai giovani spiriti.
È importante invece dare un contenuto nuovo alla questione. Bisogna indirizzare l'impegno politico verso gli argomenti che ci riguardano da vicino, in qualità però di "cittadini mondiali" : la sostenibilità ambientale e la lotta al cambiamento climatico, di cui faremo in tempo a vedere le conseguenze, le evoluzioni dell'Unione Europea e delle possibilità di studio e lavorative che la stessa ci mette a disposizione..
Si tratta di macrocategorie ma è proprio di temi di respiro globale di cui ci dobbiamo occupare, dato che viviamo in una realtà a 360 gradi in cui i confini sono diventati labili e le prospettive si sono notevolmente ampliate . L'impegno politico deve essere quindi, utilizzando un termine economico, a livello " glocal" ossia a livello globale ma sempre con uno sguardo al locale,il primo territorio che ci circonda. Per essere veramente cittadini del mondo bisogna avere delle radici salde, ed è per questo che, ribadisco, bisogna considerare il Paese in cui viviamo e la sua situazione a livello politico, economico e sociale.
Il posto fisso provoca uno stato di incertezza e speranza nella nostra generazione: primo perché è un obiettivo molto difficile da raggiungere ,secondo perché è, ad oggi, ancora l'unica garanzia possibile per poter cominciare a costruire una vita indipendente, una famiglia, un futuro. E pare addirittura che questi siano dei sentimenti condivisi. Proprio durante questo mese infatti, il ministro dell'Economia Tremonti,spalleggiato dal Premier, ha affermato : " Non credo cha la mobilità sia di per sé un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale".
Così tanto agognato e così difficile da ottenere. Quali sono allora le strade che portano al successo?
In un'analisi bisogna partire però dal mondo pre-lavorativo, ossia quello scolastico. L'educazione si è oggi adeguata al cambiamento dei tempi e tiene conto che è possibile ricorrere ad una serie di esperienze extra-scolastiche presenti sul "mercato" di detta formazione giovanile ( giusto per fare qualche esempio: corsi di lingua, di sport, di musica..).Ora, tale evoluzione del panorama introduce alla base una modificazione della competizione tra studenti , che si riproporrà in termini più o meno diversi nel mondo del lavoro. Non basta più il semplice studio dei libri per essere il primo della classe, bisogna saper integrare la conoscenza di base con le ulteriori esperienze possibili, fino ad arrivare ad un assurdo per cui queste ultime vengono considerate per prime. È un circuito che non ha via d'uscita, perché se uno studente (ripeto, futuro lavoratore) non è in grado di adeguarsi soccombe in maniera assoluta. è necessario quindi che anche chi, per sua natura, non fosse portato alla versatilità e alla flessibilità compia uno sforzo su se stesso per modificare la propria indole, in nome dell'alto scopo di rendersi competitivo su ogni mercato e di presentarsi in maniera unica, poiché ogni percorso è diverso, nonché appetibile di fronte alle imprese.
Questo è quello che ci aspettiamo nonché quello che ci viene richiesto. Ma dentro, che cosa vediamo? Nella testa il futuro, nel cuore le questioni politiche, sotto i nostri passi la storia e nello stomaco? Nello stomaco si riversano le tensioni, le speranze e l'ambizione per la realizzazione di un futuro che passi dalle nostre mani alla nostra vita .
I still believe. Io credo ancora. Qui non si parla di religioni o politica. C'è in gioco il Futuro e tutto quello che esso comporta. Lavoro, casa, indipendenza, famiglia. Partiamo dal primo punto, cruciale per il nostro giovane vitruviano.
Il classico studente universitario guarda il lavoro e non ci pensa. Almeno non subito. Chi lavora sono i genitori, il fratello maggiore, il vicino di casa. Ma non tocca ancora a lui. Lui è uno studente e guai a chi tocca i suoi libri. Forse un part time in qualche pub, ristorante o segreteria. Cosette, niente che vincoli una vita intera. L'inconveniente sorge però. Quando? Quando ha alloro in testa e spumante in mano, quando mamma piange e lo bacia di fronte a tutti, quando papà gli dice "Figlio mio, hai fatto il tuo dovere, ora sono fiero di te". E quando finiti i baccanali si sveglia felicemente disoccupato. "Eccomi! Sono libero! Qualcuno mi prenda!" si sente gridare. "Ho studiato sempre, ho preso un bel voto! Chi mi fa lavorare?" Giunge in risposta un lunghissimo e fiabesco silenzio imbarazzante. E dopo mille "le faremo sapere", con la cartuccia della stampante finita per i curriculum, si arriva alla solita conclusione: c'è qualcosa che non va. Inflazione di laureati, voti non sempre brillanti, concorrenza spietata, sistema malsano, curriculum scarni. Ognuno riconosca i propri addendi, ma il risultato comunque non cambia. Maledetta sia la matematica e la sua verità. Fatto sta che buona parte dei neolaureati si trova in un tempo variabile, un lavoro, anche "buono", forse ben pagato, ma che non era quello per cui si era studiato. Tantomeno quello che si voleva fare da bambini e che aveva motivato tutte le scelte accademiche e della propria vita. E quei pochi che ci riescono, al costo di fare per anni caffè e fotocopie, con pagamento in verdure, alla fine ci si attaccano (con lo scotch del terzo cassetto della loro postazione). A questo punto sorgono due domande: perché il giovane vitruviano non fa il lavoro che ha sempre sognato? Cosa deve fare per ottenerlo?
È finito il tempo in cui erano gli "istruiti" a prendersi le fette di torta più buone. Ora è tempo degli intelligenti. Come?
Ricorro ad un esempio. Il giornalista. Basta una laurea in scienze politiche? Basta la scuola di giornalismo? No. Servono una penna, una fotocamera e una buona dose di quelle, che in francese, chiamiamo palle. Questi tre elementi non li si deve pensare nella concezione materiale del termine, ma come parti essenziali di un modus vivendi et operandi, che nessuna laurea potrà mai fornire. A questo punto la penna non è più un oggetto per scrivere. Ma diventa una costante tensione. Vuol dire che affinare le proprie abilità di scrittura, appuntare ogni minimo dettaglio, annotare ciò che accade ed essere costantemente attento al cambiamento o alla stasi, diventano lo strumento, la penna che ci fa scrivere del mondo. La fotocamera è ancora meglio. Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola, diceva il vecchio Mao. È questo che la foto rappresenta: il saper ricercare, ma soprattutto il saper documentare quello che si ricerca. Un buon giornalista non è nulla senza delle buone fonti. Avvalorano le sue tesi, mostrano senza veli, permettono di scavare a fondo e liberano da ogni nebbia e confusione una vicenda, raccontano la verità.
Ultimo elemento, ma sicuramente il più importante -questa volta ricorro ad un eufemismo- l'arte e il coraggio di destreggiarsi in mille realtà amiche e avverse per raggiungere il proprio obiettivo: diventare giornalista. Che vuol dire? Orecchie sempre dritte a captare quello che succede nel mondo, nello stato, nella città, a casa propria. Formarsi, plasmarsi, forgiarsi nella scuola di chi il giornalismo l'ha fatto e anche molto bene. Montanelli, Biagi, nella vecchia scuola possiamo annoverare tanti nomi. Leggerli, leggerli, leggerli. E poi farsi le ossa su strada, in blog, siti, giornali, riviste (perché non Energie9) su cui mettersi alla prova. Come tutte le cose, lo scrivere ha bisogno di pratica per migliorarsi. Andare a bussare ai grandi giornali finchè non aprono sfiniti le porte, legarsi davanti ad una redazione - inchiesta sotto braccio - finchè non la pubblicano. Insomma osare.
Il nostro giovane vitruviano non deve avere paura. Il mondo non aspetta altro che qualcuno abbia il coraggio di alzare la testa e non fissare più i suoi piedi. Fissare il futuro dritto negli occhi e scaraventare, finalmente, quei paradisi onirici che viaggiano nei nostri mindscape sulla terra. E allora l'uomo di vitruvio sarà di nuovo perfetto, perché sarà diventato quello che voleva essere.
Nieztsche definiva l'Arte " la grande creatrice della possibilità di vivere, la grande seduttrice della vita".
La prima azione naturale che coinvolge il neonato, appena si trova nel mondo, nella sala parto nel quale è accolto, è la respirazione. Sappiamo quanto la prima boccata di ossigeno possa essere dolorosa per quei piccoli polmoni, ora sforzati e sollecitati dalla nuova e grande esperienza. Se la prima azione è di carattere fisiologico, la seconda che compie il piccolo è quella di reagire allo sforzo dal quale è stremato, a quel dolore, esprimendosi in un pianto fragoroso (che in ogni caso è accolto dalla commozione di genitori e parenti). Così, se la prima azione naturale, visibile e condivisibile anche con chi gli sta accanto è la respirazione, la seconda è l'espressione. È sufficiente l'osservazione di questi primi istanti per arrivare a definire l'espressione quale "prima manifestazione del rapporto dell'essere umano con il mondo". Così come le lacrime del bimbo sono in grado di suscitare gioiosi sorrisi nei genitori e parenti, un senso di soddisfazione nell'animo del medico e un leggero senso di noia nella vicina di stanza che riposa dopo il suo parto faticoso, un'espressione è in grado di produrre infinite emozioni - ogni volta differenti - pari al numero di soggetti che assistono alla sua manifestazione. Così possiamo ulteriormente definire l'espressione nei termini di individualità e circostanzialità: nessuno reagisce - ad esempio - alla tristezza allo stesso modo e per gli stessi motivi.
Così come il pianto, "l'arte è una forma d'espressione dello spirito", dove per spirito si intende "la storia romanzata della coscienza che via via si riconosce come spirito", ovvero - semplificando - la storia del tragitto che compie l'esistenza di ogni essere umano verso la propria autocoscienza, la conoscenza di sé. A parlare sono Benedetto Croce ed Hegel, due dei più importanti filosofi della cultura moderna europea. In questi termini, se l'Arte rappresenta una forma d'espressione della vita di ognuno, non solo è uno strumento prezioso per la propria autodeterminazione e formazione ma, anche, il gradino precedente di carattere necessario, la cui esclusione implica un'incompletezza gravosa per il compimento di questo processo, proprio come la respirazione del neonato precedente all'esperienza del pianto. Senza ripercorrere l'intera storia dell'Arte, possiamo riflettere su quanto anche questa eccelsa forma d'espressione sia individuale e circostanziata. Un punto d'incontro esemplare tra il concetto di "naturalità" dell'arte ed il suo rapporto imprescindibile con la propria contestualità è rappresentato dalla filosofia di Hippolyte Taine (1828 - 1893) che procedeva all'analisi di un'opera d'arte nelle stesse modalità d'approccio di un "fatto" del quale era necessario indagarne le "cause" e constatarne le leggi, in una prospettiva appartenente al nascente naturalismo (del quale è considerato il maggior teorico), fino a dichiarare che "si può considerare l'uomo come un animale di specie superiore che produce filosofie e poemi press'a poco come i bachi da seta fanno i loro bozzoli e le api i loro alveari".
Non si può non ricordare a proposito l'assiduo studio riguardo al sublime che tenne impegnati filosofi ed artisti a partire dal greco trattatista "Del sublime" del I sec. avanti Cristo fino a culminare con il ruolo centrale che avrà durante il periodo romantico. Scrisse a tal proposito Edmund Burke (1729 - 1797): "lungi dall'essere prodotto dai nostri ragionamenti, li previene e ci spinge innanzi con una forza irresistibile". Allo stesso modo l'arte, sotto forma di sublime nella sua immediata manifestazione - quale ispirazione dell'artista o quale coinvolgimento dello spettatore - , prescinde da ogni qualsivoglia volontà o programma, proprio come la primigenia respirazione del neonato e del pianto che in esso provoca. Interpellando ad exemplum il genio di Caravaggio, la sua bellezza e la sua arte risiedono nell'intendere il dipinto come un componimento poetico, dove "la poesia non è invenzione fantastica, ma espressione della vita interiore, della più profonda realtà umana" - diceva Giulio Carlo Argan. Così nell'esistenza, involontariamente, si intrecciano le dimensioni di vita e rappresentazione, espressione ed esistenza individuale, bellezza ed ordinarietà di un'esperienza già di per sé splendida quale la vita, opera d'arte assoluta da condividere e coltivare e da incrementare con la conoscenza dell'arte, delle espressioni e dell'emozione dell'altro, per una piena conoscenza di sé, fino all'ultimo respiro.